Quando un politico dice «ho la sfiga», non sta semplicemente lamentandosi. Sta scegliendo una parola, un registro, un segnale culturale preciso. Il linguaggio della politica italiana ha sempre attinto a repertori inaspettati — dialetti, bestemmie smorzate, superstizioni — ma l’uso sistematico del lessico della sfortuna e delle credenze popolari come strumento di comunicazione è un fenomeno che merita attenzione analitica. Treccani, l’istituzione che per antonomasia custodisce la lingua italiana, ha dedicato spazio proprio a questo territorio: come i politici usano la parola per costruire identità, empatia e — a volte — per scaricare responsabilità.
Cosa ha documentato Treccani sul linguaggio dei politici
Treccani non è solo un dizionario. È un osservatorio della lingua viva, e la lingua della politica è tra le più dinamiche e rivelatrici. L’enciclopedia ha una sezione dedicata al linguaggio della politica e ha pubblicato nel suo magazine un articolo significativo dal titolo Turpiloquio, menzogna, manipolazione. La parola dei politici oggi: un titolo che da solo dice molto sulla direzione dell’analisi.
Secondo quanto riportato, Treccani ha documentato come politici italiani ricorrano al linguaggio della sfortuna e delle credenze popolari come strategia comunicativa deliberata. Tra i nomi citati figurano Matteo Renzi, Francesco Cossiga e Vincenzo De Luca: tre figure molto diverse per generazione, stile e collocazione politica, ma accomunate dall’uso di un registro informale e scaramantico che rompe il protocollo istituzionale.
È importante essere precisi su cosa sappiamo e cosa no. La segnalazione proviene da Professione Reporter, che riferisce di una ricerca o catalogazione Treccani su questo fenomeno. La fonte originale Treccani resta quella più autorevole per verificare la portata esatta dell’analisi. Ciò che è chiaro, però, è che l’istituzione ha ritenuto questo tema degno di studio — e questo di per sé è già una notizia.
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Perché «sfiga» è una scelta politica, non uno sfogo
Usare parole come sfiga, iella o riferirsi a superstizioni popolari in un discorso pubblico non è mai neutro. È una tecnica di avvicinamento al pubblico che funziona su più livelli simultaneamente.
Il primo livello è l’identificazione. Quando un leader dice «ci ha portato sfiga», si mette sullo stesso piano dell’elettore che usa quella parola al bar. Abbassa la distanza simbolica tra governante e governato. Il secondo livello è la deresponsabilizzazione: la sfortuna, per definizione, non ha colpevoli. Attribuire un fallimento alla iella significa sottrarlo al giudizio razionale e politico. Il terzo livello — il più sottile — è la costruzione di una narrativa fatalistica in cui il politico è vittima, non agente.
Questo meccanismo non è nuovo. Francesco Cossiga, ex Presidente della Repubblica noto per i suoi «picconi» verbali, usava il linguaggio in modo provocatorio e destabilizzante con piena consapevolezza strategica. Il suo stile era il contrario del politichese: diretto, spesso brutale, capace di spiazzare. Vincenzo De Luca, presidente della Campania, ha costruito parte della sua popolarità mediatica proprio su un registro colloquiale e a tratti volutamente eccessivo, che sui social funziona come intrattenimento oltre che come comunicazione politica. Matteo Renzi ha sempre curato l’immagine del politico «normale», capace di usare slang e riferimenti popolari per sembrare meno distante dal cittadino medio.
Il ruolo dei media nell’amplificazione del fenomeno
Una parola fuori protocollo pronunciata in un comizio sarebbe rimasta lì, tra il pubblico presente. Oggi no. I media — e soprattutto i social — amplificano e ricontestualizzano ogni uscita linguistica di un politico in tempo reale. Una clip di De Luca che usa un’espressione colorita diventa virale su TikTok e Instagram prima ancora che i giornali la commentino.
Questo crea un circuito in cui i politici imparano a produrre contenuto amplificabile. La battuta scaramantica, la parolaccia smorzata, il riferimento alla superstizione: sono tutti formati che funzionano bene nei video brevi, che generano condivisioni, che costruiscono un’identità riconoscibile. Il problema è che questo stesso meccanismo può trasformare questioni serie — disservizi, fallimenti di politiche pubbliche, attacchi agli avversari — in semplice intrattenimento.
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Il linguaggio della politica che attinge alle credenze popolari è anche un linguaggio che semplifica. E la semplificazione, quando riguarda temi complessi come le infrastrutture, la giustizia o la gestione di una crisi, può diventare disinformazione involontaria — o volontaria.
Cosa ci dice questo fenomeno sulla comunicazione politica contemporanea
Per chi lavora nell’informazione, questa analisi ha conseguenze pratiche. Quando un politico usa il lessico della sfortuna, il giornalista ha almeno tre compiti distinti: riportare le parole usate, contestualizzare la strategia comunicativa sottostante e verificare se la narrativa fatalistica regge ai fatti.
Se un esponente politico attribuisce un problema ferroviario alla «sfiga», il lavoro giornalistico non può fermarsi alla citazione. Deve chiedersi: ci sono state scelte di investimento? Ci sono stati tagli alla manutenzione? Chi ha la responsabilità amministrativa? La sfiga non ha un bilancio, non firma decreti, non approva capitolati d’appalto.
L’analisi di Treccani sul linguaggio della politica — per quanto ancora da esplorare nella sua forma completa — pone una domanda che riguarda tutta la filiera dell’informazione: quando il linguaggio politico adotta categorie pre-razionali come la sfortuna o la superstizione, chi ha il compito di restituire razionalità al dibattito pubblico? La risposta, scomoda ma necessaria, è che quel compito spetta ancora al giornalismo. Non per essere noiosi o accademici, ma perché qualcuno deve ricordare che la sfiga non vota, non governa e non risponde delle proprie azioni davanti a nessun elettorato. Puoi approfondire il quadro generale consultando il magazine di Treccani dedicato alla parola dei politici oggi.
Il punto non è condannare il registro informale in politica — sarebbe ipocrita e inutile. Il punto è capire quando quel registro serve a comunicare davvero e quando serve a non comunicare nulla di sostanziale. La differenza, spesso, si vede solo se qualcuno la cerca.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








