Apri Facebook, scorri il feed e appare un post con la faccia di Milena Gabanelli: ti dice dove investire i risparmi, cita un’intervista da Porta a Porta, rimanda a un articolo di Repubblica. Tutto falso. Gabanelli non ha mai detto quelle cose, l’intervista non esiste, l’articolo è una contraffazione. Eppure il post circola, raccoglie clic, e qualcuno — spesso persone anziane o meno avvezze alla navigazione — ci casca e perde soldi. È questo il meccanismo delle pubblicità fasulle con volti noti: una frode strutturata, internazionale, che sfrutta la credibilità di giornalisti e personalità pubbliche italiane come esca per truffe finanziarie e commerciali.
Un meccanismo rodato che usa i giornalisti come esca
Il schema è semplice quanto efficace. I truffatori prendono l’immagine di un volto riconoscibile — un giornalista d’inchiesta, un conduttore televisivo, un ex presidente del Consiglio — e costruiscono attorno a quel volto una storia credibile. Nel caso di Milena Gabanelli, è stato creato un falso articolo di Repubblica in cui si raccontava di una sua presunta apparizione nel programma di Bruno Vespa per dispensare consigli sugli investimenti. Quella comparsata non è mai avvenuta. Ma il formato grafico imitava fedelmente quello del quotidiano, il nome della giornalista era associato a quello di un conduttore popolare e istituzionale, e il risultato era un contenuto che, a una lettura veloce, sembrava autentico.
Le vittime reali hanno denunciato di aver perso denaro dopo aver seguito le indicazioni contenute in queste false interviste. Il danno non è solo economico: è anche reputazionale, per i giornalisti e i personaggi pubblici coinvolti, che si ritrovano associati a truffe senza aver aperto bocca.
Chi viene usato senza consenso
L’elenco dei nomi coinvolti è lungo e significativo. Accanto a Gabanelli e Vespa, risultano coinvolti Enrico Mentana, Sigfrido Ranucci, l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi, Elisabetta Belloni, l’economista Lucrezia Reichlin e lo scrittore Antonio Scurati. Non è una lista casuale: si tratta di figure con alto capitale di credibilità, riconoscibili al grande pubblico, associabili nell’immaginario collettivo a competenza, rigore, autorevolezza. Esattamente quello che serve per abbassare le difese di chi legge.
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Nessuno di loro ha prestato il proprio consenso. Nessuno ha rilasciato quelle dichiarazioni. Eppure i loro volti e i loro nomi vengono usati come garanzia implicita di un prodotto, di un investimento, di una piattaforma. È una forma di furto d’identità applicata alla pubblicità digitale, e il danno si moltiplica ogni volta che il contenuto viene condiviso.
Dove circolano queste pubblicità fasulle con volti noti
Il canale principale è quello dei social network, in particolare Facebook e Instagram. La truffa opera a livello internazionale: le inserzioni vengono create fuori dall’Italia, spesso attraverso account pubblicitari registrati in altri Paesi, e poi veicolate verso utenti italiani grazie agli strumenti di targeting delle piattaforme. Il sistema di distribuzione a pagamento dei social — lo stesso che consente a un’azienda legittima di raggiungere il proprio pubblico — viene usato per diffondere contenuti fraudolenti su larga scala.
Il primo caso documentato risale almeno a un’intervista su Rai News del 13 marzo 2026, ma il fenomeno è chiaramente precedente e in evoluzione. Le inserzioni cambiano forma, si adattano, usano nomi diversi. Quando una viene rimossa, ne compaiono altre. La velocità di produzione dei contenuti — probabilmente accelerata da strumenti di intelligenza artificiale generativa — supera quella dei controlli.
Un dettaglio rivelatore: alcune di queste pubblicità, partendo da riferimenti a Bruno Vespa o ad altri giornalisti, reindirizzano poi verso siti che vendono caldaie murali o occhiali. Il prodotto finale è irrilevante. Ciò che conta è il clic iniziale, ottenuto grazie alla faccia di qualcuno di cui ci fidiamo.
Perché le piattaforme non riescono a fermarle
La domanda che si pone chiunque si imbatta in questi annunci è sempre la stessa: come è possibile che esistano ancora? La risposta è scomoda. Le piattaforme dispongono di sistemi di moderazione, ma questi sistemi faticano a tenere il passo con la produzione massiva di varianti dello stesso contenuto fraudolento. Ogni inserzione rimossa può essere ricreata con piccole modifiche — un nome diverso, un formato leggermente alterato, un account pubblicitario nuovo — e rimessa in circolazione in poche ore.
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Esiste poi un problema strutturale: le inserzioni a pagamento generano ricavi per le piattaforme. Non si tratta di un incentivo a tollerare le frodi, ma di una tensione reale tra velocità di distribuzione e accuratezza dei controlli. I sistemi automatici di verifica non sono ancora in grado di riconoscere con affidabilità un falso articolo di giornale da uno vero, soprattutto quando il formato grafico è curato.
Il sito dell’AGCOM, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, è il punto di riferimento istituzionale per chi vuole segnalare contenuti pubblicitari ingannevoli in Italia. Ma la segnalazione individuale è un rimedio lento rispetto alla velocità con cui questi contenuti si diffondono.
Cosa possono fare i giornalisti e i lettori
Per i professionisti dell’informazione coinvolti, la prima risposta pratica è la comunicazione pubblica immediata: smentire esplicitamente sui propri canali ufficiali, segnalare alle piattaforme tramite i meccanismi di copyright e identità, e — quando possibile — procedere per vie legali. Gabanelli lo ha fatto attraverso la pagina Dataroom, documentando il meccanismo con precisione giornalistica. È un approccio utile anche per i lettori: vedere la smentita diretta dalla fonte aiuta a riconoscere la truffa.
Per chi naviga, le regole di verifica restano quelle del buon senso applicato al digitale. Un giornalista che consiglia investimenti in un’inserzione sponsorizzata su Facebook è già di per sé un segnale d’allarme. Un articolo di giornale che appare come immagine statica, senza link verificabile all’archivio del quotidiano, è quasi sempre falso. E qualsiasi contenuto che promette guadagni facili attribuendoli a una persona autorevole merita una ricerca di trenta secondi prima di essere creduto.
Il problema delle pubblicità fasulle con volti noti non è destinato a risolversi da solo. Finché esiste un mercato di persone disposte a cliccare su un’inserzione perché riconosce un volto familiare, esisterà qualcuno disposto a sfruttarlo. La risposta deve essere sistemica — normativa, tecnologica, editoriale — ma nel frattempo la capacità di riconoscere il falso resta una competenza che vale la pena coltivare, per i lettori come per chi lavora nell’informazione.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








