Quando un modello di intelligenza artificiale risponde a una domanda citando un articolo del New York Times, chi ha scritto quell’articolo non riceve nulla. Nessun compenso, nessun riconoscimento, nessuna scelta. È esattamente questo il problema che la coalizione SPUR — Standards for Publisher Usage Rights — ha deciso di affrontare in modo sistematico, costruendo regole tecniche comuni sull’uso dell’intelligenza artificiale nei contenuti giornalistici. Il 12 ottobre 2026, l’iniziativa ha annunciato un’espansione significativa: oltre 80 editori in più di 20 Paesi ne fanno ora parte, tra cui il New York Times, The Economist e l’Agence France-Presse.
Che cos’è SPUR e perché è nata
SPUR è stata fondata nel febbraio 2026 con un obiettivo preciso: non lamentarsi dell’AI, ma costruire standard tecnici che rendano tracciabile e compensato l’uso degli articoli da parte dei sistemi di intelligenza artificiale. I membri fondatori sono nomi di peso: BBC, Financial Times, Guardian Media Group, Telegraph Media Group, Sky News, Mediahuis e Associated Press. Non è una lista casuale. Sono editori con modelli di business diversi, aree geografiche diverse, audience diverse. Il denominatore comune è uno solo: tutti producono contenuti giornalistici che i modelli AI usano — o hanno usato — per addestrarsi.
Il problema non è nuovo, ma fino ad oggi le risposte sono state frammentate. Alcuni editori hanno scelto la via legale: il New York Times stesso ha avviato un’azione giudiziaria contro OpenAI e Microsoft alla fine del 2023. Altri hanno firmato accordi bilaterali con singole aziende AI. Altri ancora hanno semplicemente aggiornato i propri file robots.txt sperando che bastasse. Nessuna di queste strade, presa da sola, risolve il problema strutturale: mancano standard condivisi che definiscano cosa un’azienda AI può fare con i contenuti editoriali, a quali condizioni e con quale forma di compensazione.
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L’intelligenza artificiale e i contenuti giornalistici: il nodo del training
Il cuore della questione è il training. I modelli linguistici di grandi dimensioni vengono addestrati su enormi quantità di testo raccolto dal web — e il giornalismo di qualità è tra le fonti più usate, proprio perché è scritto in modo chiaro, verificato e contestualizzato. Il paradosso è evidente: più un editore investe in qualità, più il suo materiale è appetibile per l’addestramento dei modelli AI. E più quei modelli diventano capaci di rispondere a domande senza rimandare alla fonte originale.
SPUR lavora su soluzioni tecniche che permettano agli editori di tracciare e controllare come le aziende AI utilizzano i loro contenuti. L’obiettivo dichiarato è rendere questo uso compensato e trasparente, non necessariamente vietarlo. È una distinzione importante. La coalizione non si posiziona come un fronte anti-AI: si posiziona come un tavolo dove si definiscono le regole del gioco prima che qualcun altro le scriva al posto degli editori.
L’espansione del 12 ottobre: cosa cambia con l’ingresso di NYT, AFP e The Economist
L’annuncio del 12 ottobre 2026 non è solo numerico. L’ingresso del New York Times ha un valore simbolico preciso: è l’editore che ha scelto anche la strada giudiziaria, e ora sceglie anche quella della standardizzazione collettiva. Non sono scelte in contraddizione — sono strategie parallele. The Economist porta nella coalizione un brand globale con un modello di abbonamento solido e un’audience ad alto valore. Agence France-Presse è un’agenzia di stampa internazionale: il suo ingresso significa che SPUR non riguarda solo i giornali, ma l’intera filiera della produzione di notizie.
Superare gli 80 membri in più di 20 Paesi trasforma SPUR da iniziativa anglosassone a coalizione realmente internazionale. Questo ha conseguenze pratiche: uno standard tecnico adottato da una massa critica di editori globali diventa difficile da ignorare per le aziende AI, che operano anch’esse su scala globale.
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Cosa significa per il mercato italiano e per i giornalisti
Tra i membri fondatori figura Mediahuis, gruppo editoriale attivo in Belgio, Paesi Bassi, Irlanda e Germania. Nessun editore italiano è citato tra i fondatori o tra i nuovi ingressi annunciati il 12 ottobre. È un’assenza che vale la pena notare, non per alimentare allarmismo, ma perché il dibattito italiano sull’uso dell’intelligenza artificiale nei contenuti giornalistici resta spesso confinato a dichiarazioni generiche, mentre altrove si costruiscono strumenti tecnici concreti.
Per chi lavora in una redazione, la questione è pratica. Se SPUR riesce a imporre standard tecnici riconosciuti, cambia il contesto in cui si negozia con le piattaforme AI. Non più ogni editore da solo di fronte a OpenAI o Google, ma un insieme di regole condivise che definiscono cosa è lecito e cosa non lo è — e a quale prezzo. È la differenza tra trattare da una posizione di forza collettiva e cedere uno a uno.
Per i giornalisti freelance e per le piccole redazioni, i benefici di questi standard dipenderanno molto da come verranno implementati e da chi avrà accesso agli strumenti di tracciamento. SPUR ha avviato gruppi di lavoro tecnici dopo l’espansione di ottobre: i risultati concreti di quei tavoli diranno se la coalizione produce regole realmente applicabili o rimane un esercizio diplomatico tra grandi editori. Vale la pena seguirne l’evoluzione — e vale la pena che anche gli editori italiani decidano da che parte stare. Per approfondire la struttura e gli obiettivi della coalizione, il punto di partenza è il sito di Diritto d’Autore, che ha documentato l’iniziativa fin dalla sua nascita.
Ottanta editori che si coordinano non sono una garanzia di successo. Ma sono un segnale che la fase delle lamentele individuali sta finendo, e quella della costruzione di regole condivise è cominciata. Per il giornalismo, è probabilmente l’unica strada che abbia senso percorrere.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








