Attualità

Salvini esclude i cronisti dal Congresso della Lega e li insulta: ‘giornalisti servi’

Salvini esclude i cronisti dal Congresso della Lega e li insulta: 'giornalisti servi'
Al congresso della Lega del 24-25 ottobre, Salvini ha escluso cronisti di Corriere e Repubblica e li ha definiti 'servi'. L'episodio riaccende il dibattito su libertà di

Al congresso della Lega, tenutosi il 24 e 25 ottobre 2026 all’Allianz MiCo di Milano, la notizia politica di giornata avrebbe dovuto essere la riconferma di Matteo Salvini alla guida del partito. E invece il fatto che ha dominato il dibattito successivo riguarda i giornalisti: la decisione di escluderli da alcune aree dell’evento e le parole usate dal palco per descriverli. Un episodio che tocca direttamente il rapporto tra potere politico e libertà di stampa, e che ha immediata rilevanza per chi lavora nell’informazione — o aspira a farlo.

Cosa è successo all’Allianz MiCo: cronisti segregati per scelta del leader

Salvini ha rivendicato pubblicamente la decisione: «Ho chiesto io di lasciare i giornalisti al piano di sotto», ha dichiarato, stando a quanto riportato dall’ANSA. Non una svista organizzativa, non un malinteso con lo staff. Una scelta deliberata, rivendicata a microfoni aperti.

I cronisti nel mirino erano quelli di Corriere della Sera e Repubblica, due delle testate con la maggiore diffusione nazionale. La loro collocazione separata rispetto ai delegati e ai militanti non è rimasta nell’ambiguità: Salvini stesso l’ha confermata e motivata davanti alla platea congressuale. Resta non accertata, nelle fonti disponibili, la distinzione tra una segregazione fisica vera e propria e una limitazione di accesso a specifiche aree dell’evento.

Dal palco è arrivata anche l’etichetta: «giornalisti servi». Un insulto diretto, pronunciato in un contesto pubblico e ufficiale — non in un comizio improvvisato, non in un post sui social. Al congresso del partito, davanti ai delegati riuniti per rinnovare la leadership.

→ Leggi anche: 30° Congresso della Stampa Italiana a Napoli dal 23 al 25 febbraio 2027

Il risultato del congresso e il contesto in cui nascono gli insulti

Salvini è stato riconfermato segretario della Lega con il 76% dei voti. Un risultato netto, che consolida la sua posizione alla guida del partito. Eppure, nonostante la solidità del consenso interno, ha scelto di fare della stampa un bersaglio esplicito — non come argomento laterale, ma come elemento centrale della propria narrazione congressuale.

Questa scelta non è nuova nel panorama politico italiano o europeo. Costruire un’identità di opposizione ai media mainstream è una tattica consolidata. Ma c’è una differenza sostanziale tra criticare singoli articoli, contestare linee editoriali o denunciare errori specifici, e decidere fisicamente dove i giornalisti possono stare durante un evento — e poi chiamarli «servi» dal palco. La prima è legittima dialettica politica. La seconda solleva questioni concrete sull’accesso all’informazione.

Perché la questione dell’accesso conta per la professione giornalistica

Il tema dell’accesso fisico agli eventi politici non è tecnico: è sostanziale. Un giornalista segregato in un’area separata non può osservare le dinamiche dell’assemblea, non può raccogliere dichiarazioni informali, non può documentare la reazione della platea. Può al massimo riportare ciò che viene trasmesso ufficialmente — che è esattamente quello che un ufficio stampa vorrebbe.

La distinzione tra accesso limitato e accesso controllato è cruciale per chi fa cronaca politica. Nel primo caso si tratta di una scelta logistica; nel secondo, di una forma di gestione dell’informazione che filtra ciò che può essere visto e raccontato. Quando la limitazione viene decisa e rivendicata dal leader stesso — non dallo staff, non per ragioni di sicurezza — il messaggio politico è inequivocabile.

Il fatto che le testate indicate siano Corriere della Sera e Repubblica aggiunge un elemento ulteriore: non si tratta di escludere tutti i media, ma di selezionare quali voci possono avvicinarsi. Una logica che premia l’accesso in base alla percezione di fedeltà editoriale, non in base a criteri professionali o deontologici.

→ Leggi anche: Giornalismo esclusivo o prevalente: lo scontro tra Sindacato e Ordine

Le risposte delle organizzazioni di categoria

Le reazioni non si sono fatte attendere. La FNSI — Federazione Nazionale della Stampa Italiana — ha risposto alle dichiarazioni di Salvini, con il segretario Costante che ha sottolineato come il vicepremier «non abbia familiarità con la libertà di stampa». Una formula misurata, ma diretta.

L’ALG, Associazione Lombarda Giornalisti, ha scelto un registro più netto: «Chi attacca i giornalisti attacca la libertà d’informazione». Una posizione che inquadra l’episodio non come una polemica personale tra un politico e alcune redazioni, ma come un problema strutturale che riguarda il diritto dei cittadini a ricevere un’informazione non filtrata dalla volontà del soggetto politico raccontato.

Entrambe le risposte segnalano qualcosa di importante per chi lavora nei media: le organizzazioni di categoria esistono anche per questo, per nominare pubblicamente i casi in cui l’accesso giornalistico viene compresso. Non è retorica corporativa — è presidio di una funzione pubblica.

Cosa rimane dopo il congresso: un precedente da tenere d’occhio

Gli episodi come quello di Milano non vanno letti in isolamento. Ogni volta che un leader politico decide chi può avvicinarsi e chi no, e lo fa pubblicamente senza conseguenze, contribuisce a normalizzare una pratica. Il problema non è solo deontologico o simbolico: è pratico. Se i cronisti di due delle principali testate nazionali vengono collocati «al piano di sotto» per scelta del soggetto che dovrebbero raccontare, la copertura che ne risulta è inevitabilmente parziale — non per colpa dei giornalisti, ma per costruzione.

Per chi studia o pratica il giornalismo politico, questo episodio offre un caso concreto su cui ragionare: come si documenta un evento quando l’accesso è gestito dalla fonte stessa? Come si racconta un congresso di partito quando la presenza in sala è condizionata all’approvazione del leader? Non sono domande retoriche. Sono sfide operative che richiedono risposte professionali — e che le organizzazioni di categoria farebbero bene a trasformare in linee guida aggiornate, non solo in comunicati stampa.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Change privacy settings
×