C’è una parola che sta facendo tremare i rapporti tra i due pilastri istituzionali del giornalismo italiano: prevalente. Sostituirla a esclusivo nella definizione di attività giornalistica può sembrare una questione tecnica, quasi burocratica. Non lo è. Dietro quella scelta lessicale si nasconde una battaglia sul giornalismo esclusivo prevalente — su chi ha il diritto di chiamarsi giornalista, a quali condizioni, e con quale retribuzione — che contrappone la Fnsi all’Ordine dei Giornalisti in uno scontro aperto che dura da ottobre 2026.
Due istituzioni, due letture opposte della stessa riforma
Da un lato c’è la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, fondata nel 1908 e riffondata nel 1944, il sindacato di categoria che rappresenta i giornalisti nei rapporti con gli editori. Dall’altro c’è l’Ordine dei Giornalisti, l’organismo di autoregolazione professionale istituito con la Legge 3 febbraio 1963 n. 69, che tiene il registro degli iscritti e disciplina l’accesso alla professione.
I due enti hanno spesso collaborato, ma la questione in corso li ha messi su fronti opposti. Al centro c’è una proposta di riforma che modifica il criterio con cui si definisce chi esercita il giornalismo in modo professionale: non più chi lo fa in modo esclusivo, ma chi lo fa in modo prevalente. Una differenza che, in apparenza, allarga la platea. Nella pratica, cambia tutto.
Perché il criterio di “prevalenza” divide la categoria
Il criterio dell’esclusività era rigido: per essere riconosciuto come giornalista professionista, il giornalismo doveva essere l’unica attività lavorativa. Un vincolo che molti consideravano anacronistico, inadatto a un mercato del lavoro in cui le carriere sono ibride e i redditi spesso misti.
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Il passaggio alla prevalenza — cioè all’idea che basti svolgere il giornalismo come attività principale, anche se non unica — sembra una modernizzazione. Ma la Segretaria Fnsi Costante contesta questa lettura. Il timore del sindacato è che allargare la definizione finisca per abbassare la soglia di accesso alla professione in modo tale da indebolire la posizione contrattuale dei giornalisti nei confronti degli editori.
Il ragionamento è questo: se è più facile qualificarsi come giornalista, il mercato si riempie di figure con status professionale riconosciuto ma con minore potere negoziale. Gli editori, in questo scenario, avrebbero più margine per offrire contratti meno tutelati o retribuzioni più basse, sapendo che la domanda di lavoro giornalistico supera l’offerta di posti stabili. Non è un’ipotesi peregrina: il nodo delle retribuzioni e del contratto con la Fieg — la federazione degli editori — è già apertamente sul tavolo.
La risposta dell’Ordine e la posizione del presidente Bartoli
Il Presidente dell’Ordine Bartoli difende la riforma con argomenti di segno opposto. L’Ordine regola l’accesso alla professione e, dal suo punto di vista, aggiornare i criteri di riconoscimento professionale è necessario per stare al passo con una realtà lavorativa profondamente cambiata. Irrigidirsi sull’esclusività, in questa prospettiva, significa escludere dalla tutela ordinistica figure che svolgono giornalismo reale, con continuità e competenza, ma che per ragioni economiche o di mercato non possono permettersi di farlo come unica fonte di reddito.
È uno scontro di filosofie, non solo di regole. L’Ordine guarda alla definizione di giornalismo; la Fnsi guarda alla tutela del lavoro giornalistico. I due obiettivi non sono incompatibili, ma in questo caso specifico le soluzioni proposte si contraddicono.
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Il nodo contrattuale che si intreccia con la questione definitoria
Sarebbe un errore leggere questa disputa come puramente teorica. Il contesto è quello di una trattativa contrattuale tesa tra la Fnsi e la Fieg, in cui il sindacato chiede aumenti salariali congrui per i giornalisti dipendenti. In questo scenario, la ridefinizione dei criteri professionali non è una questione separata: incide direttamente sul perimetro di chi rientra nelle tutele contrattuali e sul potere negoziale complessivo della categoria.
Se la soglia di accesso alla qualifica professionale si abbassa tramite il criterio della prevalenza, il rischio — almeno secondo la Fnsi — è che si creino due velocità all’interno della stessa categoria: chi ha contratti solidi e chi, pur essendo formalmente riconosciuto come giornalista prevalente, lavora in condizioni molto più precarie. Il giornalismo esclusivo prevalente diventerebbe così non una garanzia, ma un’etichetta svuotata di contenuto economico.
Una battaglia che riguarda tutti, non solo gli iscritti all’Ordine
Chi lavora nell’informazione — giornalisti, aspiranti tali, editor, publisher — dovrebbe seguire questa disputa con attenzione, perché le sue conseguenze non si fermano ai confini dell’Ordine o del sindacato. Definire cosa sia giornalismo esclusivo prevalente significa anche stabilire chi ha diritto a determinate tutele legali, chi può firmare certi tipi di contenuto, chi risponde deontologicamente di fronte all’Ordine stesso.
In un mercato dove la distinzione tra giornalista, creator, comunicatore e news influencer è già sfumata nella pratica quotidiana, la definizione formale di attività prevalente diventa uno spartiacque. Non solo per chi è già iscritto all’Ordine, ma per chiunque voglia capire dove finisce l’informazione professionale e dove inizia qualcos’altro. Per approfondire il quadro normativo di riferimento, il punto di partenza resta la storia e la legislazione dell’Ordine dei Giornalisti.
La disputa tra Costante e Bartoli, tra Fnsi e Ordine, è ancora aperta. Nessuna delle due posizioni è irragionevole in assoluto: il problema è che affrontano lo stesso fenomeno — la trasformazione del lavoro giornalistico — con strumenti diversi e priorità diverse. Finché non si trova un terreno comune, il rischio è che la riforma venga approvata o bloccata per ragioni di forza, non di merito. E i giornalisti, quelli che lavorano ogni giorno nelle redazioni o da freelance, restano nel mezzo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








