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Rapporto Onu: 300 giornalisti uccisi a Gaza, accuse contro media occidentali

Rapporto Onu: 300 giornalisti uccisi a Gaza, accuse anche a New York Times e Bbc
Immagine: World Bank (via Wikimedia Commons) (CC BY 4.0)

Gaza è diventato il conflitto più letale di sempre per i giornalisti. Non è una stima approssimativa, né un’iperbole retorica: è quanto ha dichiarato Irene Khan, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di opinione e di espressione, in un briefing stampa del 15 settembre 2025. Da allora i numeri hanno continuato a salire, trasformando la copertura del conflitto in una delle questioni più urgenti — e più controverse — del giornalismo internazionale. Il dibattito sui giornalisti uccisi a Gaza non riguarda solo la sicurezza dei reporter: investe anche le scelte editoriali dei grandi media occidentali e il modo in cui l’informazione racconta chi muore e chi no.

I numeri dell’Ufficio ONU per i Diritti Umani: un record senza precedenti

I dati ufficiali variano leggermente a seconda della fonte e della data di rilevazione, ma la direzione è inequivocabile. Al momento del briefing di Irene Khan nel settembre 2025, le Nazioni Unite contavano circa 252 giornalisti uccisi a Gaza, con la precisazione esplicita che la cifra era destinata ad aumentare. Entro maggio 2026, l’Ufficio ONU per i Diritti Umani ha aggiornato la stima a circa 300 reporter morti nel corso della guerra.

Per capire la portata di questi numeri basta un confronto storico che Khan ha citato direttamente: più giornalisti sono stati uccisi a Gaza che in entrambe le Guerre Mondiali, nella guerra del Vietnam, nei conflitti della ex Jugoslavia e in Afghanistan messi insieme. È una frase che vale la pena leggere due volte, perché cambia completamente la scala del problema.

Il ritmo delle uccisioni non accenna a rallentare. Nel solo agosto 2025, nove giornalisti sono stati uccisi in tre distinti incidenti. Un dato che testimonia non solo la pericolosità del contesto bellico, ma anche — secondo gli esperti ONU — un pattern che va oltre la fatalità del conflitto armato.

Va ricordato che già nel febbraio 2024, l’OHCHR aveva condannato pubblicamente l’uccisione e il silenziamento dei giornalisti a Gaza, quando il bilancio aveva già superato i 122 morti dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. In meno di due anni, quella cifra è più che raddoppiata.

I dati di Reporter Senza Frontiere: quasi la metà delle vittime globali in un solo conflitto

Un ulteriore punto di riferimento arriva da Reporter Senza Frontiere (RSF), che monitora i giornalisti uccisi a Gaza e nel mondo con metodologia propria. Secondo RSF, tra il 1° dicembre 2024 e il 1° dicembre 2025 sono stati uccisi 67 giornalisti in tutto il mondo. Di questi, il 43% — quasi uno su due — è morto a Gaza sotto il fuoco delle forze armate israeliane.

Questo significa che un singolo conflitto, in una striscia di terra di circa 360 chilometri quadrati, ha prodotto quasi la metà di tutte le vittime giornalistiche globali nell’arco di un anno. Un dato che ridimensiona qualsiasi altra crisi per la libertà di stampa e che spiega perché le organizzazioni internazionali stiano alzando il tono delle loro denunce.

Le accuse ai media occidentali: BBC e New York Times sotto esame

Parallelamente al bilancio delle vittime, il conflitto ha aperto un fronte interno al giornalismo: quello delle scelte editoriali dei grandi media. Le critiche più documentate riguardano BBC e New York Times.

Nel novembre 2023, giornalisti della BBC hanno accusato pubblicamente il proprio editore di non umanizzare le vittime palestinesi allo stesso modo in cui venivano umanizzate le vittime israeliane. Un’accusa interna, pesante, che ha generato una discussione pubblica sul doppio standard nella copertura del conflitto.

Sul fronte del New York Times, è emerso che i responsabili editoriali avevano indicato ai giornalisti di limitare l’uso di termini come “genocidio” e “pulizia etnica” e di evitare l’espressione “territorio occupato”. Direttive che — secondo i critici — hanno influenzato direttamente il frame narrativo del conflitto per i lettori anglofoni di tutto il mondo.

Un’analisi accademica di oltre 14.000 articoli pubblicati da New York Times, BBC, CNN e Al Jazeera English ha identificato bias sistematici nella copertura delle vittime israeliane e palestinesi da parte dei media occidentali. Lo studio, disponibile su arXiv, offre una base quantitativa a critiche che fino ad allora restavano spesso nel campo delle impressioni soggettive.

La BBC ha successivamente dichiarato di stare rivedendo le informazioni sui palestinesi identificati nella propria copertura come giornalisti uccisi durante la guerra a Gaza — una mossa che ha suscitato ulteriori polemiche sull’approccio del broadcaster britannico al conflitto.

Perché questa storia riguarda chi fa informazione

Per chi lavora nel giornalismo, questa vicenda pone domande concrete e scomode. La prima è strutturale: come si copre un conflitto quando i reporter locali vengono sistematicamente eliminati? Gaza è rimasta per mesi — e in parte lo è ancora — una zona in cui i giornalisti stranieri non possono entrare liberamente. I reporter palestinesi hanno pagato con la vita il tentativo di documentare ciò che accadeva. Il risultato è un’asimmetria informativa che distorce la percezione pubblica del conflitto.

La seconda domanda è editoriale: le scelte lessicali e di framing dei grandi media sono neutrali o riflettono posizionamenti politici? Le direttive interne al New York Times sull’uso di certi termini, le accuse interne alla BBC, l’analisi accademica su 14.000 articoli: sono tutti segnali che il problema non è solo la sicurezza fisica dei giornalisti, ma anche la qualità e l’equità dell’informazione prodotta.

La terza è deontologica: quanto pesa la pressione istituzionale sulle scelte individuali dei reporter? I giornalisti che hanno denunciato le proprie redazioni dall’interno lo hanno fatto a costo personale. Questo dice qualcosa sul clima in cui si lavora nei grandi media internazionali quando il conflitto tocca interessi geopolitici sensibili.

I numeri ONU sui giornalisti uccisi a Gaza sono già abbastanza devastanti da soli. Ma la storia che raccontano — di un’informazione sotto pressione, di editori che scelgono le parole con cura politica, di reporter che muoiono senza che il mondo possa vederlo — è più complessa e più lunga del conflitto stesso. E riguarda direttamente chiunque produca o consumi informazione.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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